Rintra u cuòri
(dentro il cuore)
(A Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti)
Dramma in due atti
Testo e Regia Giuseppe Massa
con Emiliano Brioschi, Simona Malato, Giovanni Prisco
Scene e Costumi Mela Dell’erba
Luci Cristian Zucaro
Assistente alla regia Valentina Lupica
traduzione dal siciliano Emiliano Brioschi e Giovanni Prisco
PREMESSA
La sera del 5 Maggio del 1920, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due immigrati
italiani in America, vengono arrestati e accusati di rapina e omicidio. Quasi simultaneamente nasce
in loro favore un comitato di difesa che, durante i sette anni di detenzione dei due anarchici, si
espanderà in tutto il mondo. Nonostante tutto, il 23 Agosto del 1927, Sacco e
Vanzetti verranno condannati a morte e uccisi per mezzo di sedia elettrica.
Ho avuto la necessità di decontestualizzare la vicenda dal periodo storico in cui è realmente
accaduta per trasporla il più possibile nella nostra realtà. Lo spettacolo infatti, pur rimanendo
strettamente legato alla storia di Sacco e Vanzetti, ha come obiettivo quello di porci con violenza di
fronte a un bivio: “Lotta per l’esistenza o solidarietà reciproca”(P. A. Kropotkin, filosofo
anarchico). Due idee di società inconciliabili. La prima è riconducibile al sistema odierno, e più
precisamente al pensiero evoluzionistico darwinista; l’altra è quella disperatamente sognata, voluta
e mai realizzata da tutto il pensiero rivoluzionario. Nel primo atto Sangu miu, Rosa Sacco si è così
sublimata in Laura, un’emigrante traboccante di quella gioia di vivere che neanche il più umiliante
dei lavori può dissipare. Il secondo personaggio di questa prima parte è Atena che, nel nostro caso, ha assunto le caratteristiche di un menestrello post-moderno. I due personaggi sono interpretati dalla
stessa attrice che in questo modo incarna sia il punto di vista emotivo e partecipato di Laura che
l’oggettività di Atena. Nel secondo atto Rintra, il conflitto viene portato alle sue estreme
conseguenze: gli attori che interpretano Salvatore e Vito (i cugini lontani di Sacco e Vanzetti),
aprono questa seconda parte recitando nei panni dei loro carnefici, rispettivamente: il pubblico
ministero Frank Key (trasposizione di Frederick G. Katzmann) e il giudice Carl Tune (Webster
Thayer). La grottesca partita a tennis giocata tra i due magistrati in attesa dell’esecuzione dei due
condannati, diventa un incontro\scontro fra le loro coscienze. Frank Key conclude questo lento
zoom sui due condannati, consegnandone alla volontà di Dio il loro destino. La scena vuota e scarna
diventa allora una sorta di claustrofobico Purgatorio a cui sono condannati gli emigranti di ogni
epoca che non sono riusciti ad integrarsi con il popolo, la cultura, il sistema politico del paese che li
ha ospitati; la catena di ferro che lega i due anarchici è il filo indissolubile con il quale il destino ha
unito Salvatore e Vito. Solo adesso possiamo forse comprendere la loro orgogliosa voglia di vivere,
la loro rabbia, il loro pensiero rivoluzionario, la loro intima amicizia. Solo adesso possiamo spiare
la loro “umanissima” ultima pisciata, l’ultimo pasto, il loro ultimo, gioioso e rigoroso canto alla
morte, con il quale sembrano musicare in una ballata popolare V. Majakovskij:“…Bisogna
strappare la gioia ai giorni futuri. In questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più
difficile”
